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Cinque libri da leggere (secondo me) prima di rendere l’anima a…

Addì 21 Agosto 2008 · Niuna imprecatione anchora

Secondo il mio sommesso parere ci sarebbero ben cinque libraccii da leggere prima di rendere l’anima al Creatore, tutti rigorosamente scritti entro e non oltre il XVIII secolo. Iniziamo con la lista:

[5] Pietro Metastasio, Didone abbandonata
Qualunque edizione disponibile, anche digitale, come quella presente qui.

Il dramma capolavoro del “Meta”, prima opera. Cito il testo di inizio opera:

Primo dramma dell’autore, rappresentato la prima volta con musica del Sarro in Napoli, nel carnevale dell’anno 1724.

Mentre l’argomento:

Didone vedova di Sicheo, uccisole il marito da Pigmalione, re di Tiro, di lei fratello, fuggì con ampie ricchezze in Africa, dove edificò Cartagine. Fu ivi richiesta in moglie da molti, e soprattutto da Iarba, re de’ Mori, e ricusò sempre per serbar fede alle ceneri dell’estinto consorte. Intanto portato Enea da una tempesta alle sponde dell’Africa, fu ricevuto e ristorato da Didone, la quale ardentemente se ne invaghì. Mentr’egli, compiacendosi di tale affetto, si trattenea presso lei, gli fu dagli dei comandato che proseguisse il suo cammino verso Italia, dove gli promettevano una nuova Troia. Partì Enea, e Didone disperatamente si uccise. Tutto ciò si ha da Virgilio, il quale con un felice anacronismo unisce il tempo della fondazion di Cartagine agli errori di Enea. Ovidio, lib. III de’ Fasti, dice che Iarba s’impadronisse di Cartagine dopo la morte di Didone; e che Anna di lei sorella (che sarà da noi chiamata Selene) fosse anch’essa occultamente invaghita d’Enea. Per comodo della scena si finge che Iarba, curioso di veder Didone, s’introduca in Cartagine come ambasciadore di se stesso, sotto nome d’Arbace.

[4] Altro libro degnissimo in ogni sua parte di esser letto e riletto:
Tomaso Garzoni, L’Ospidale de’ pazzi incurabili

Dotta e universale dissertazione sopra le varie malattie della mente con esempii antichi o comunque famosi.
Disponibile oggidì solo presso i tipi di Antenore. Cito una paragrafo scelto casualmente tra i tantissimi degni di menzione; L’Ospidale, De’ pazzi viziosi, Orazione alla dea Temi per i pazzi viziosi:

O gran figliuola del cielo e della terra tanto amata da Giove quanto al suo amore avara, non esser del tuo aiutto parca verso quelli che, trovandosi matti e viziosi, ricercano da Temi dea delle dimande oneste quello che a loro di dimandare si conviene. Dimandano adunque questa cosa lecita e giusta, che dal Cielo tuo padre impetri senno al loro intelletto, e virtù alla lor mente; perché, se per grazia saranno da tal materia liberati, nel tempio tuo offerta una mula di Spagna, che sarà segno evidente d’un trionfo tale, qual da così gran liverazione a un tratto acquisti.

[3] Qualche parola per Sebastian Brant, La nave dei folli

Die Narrenschiff, stampata per la prima volta nel 1494 a Basel, Svizzera, è un capolavoro assoluto della letteratura tedesca, totalmente trascurato in Italia. L’opera inoltre, è corredata da una serie di incisioni dell’Albrecht Dürer, primo lavoro impegnativo dell’artista. L’edizione che si consiglia, presso i tipi di Spirali, è tradotta dall’ottimo Saba Sardi, e corredata dalle incisioni riprodotte.

Si cita, dalla Stultifera Navis, un canto. L’immagine sopra riprodotta è l’originale che correda questo canto:

Sebastian Brant, La nave dei folli, Del procrastinare, traduzione F. Saba Sardi. Incisione del Dürer.

Colui che a mo’ di corvo “cras cras” grida,
Matto è finché morte non lo uccida,
E nessun che domani non ne rida.

È pazzo uno cui Dio abbia ordinato,
Dopo aver il peccato suo abiurato,
Di se stesso fin da ora migliorare,
E una vita più degna di abbracciare,
E che al contrario non ne vuol sapere,
Ma anche anzi rinvii vuole ottenere,
E come fa la gracchia “cras, cras!” canta,
Né sa se vita ancora n’abbia, e quanta.
Tanti matti finirono in rovina
Cantando “lo farò doman mattina”.
Quando di mal si tratta o di follia,
Molti in fretta si mettono per via;
Quando di Dio si tratta o di ben fare,
Lemme lemme li vedi invece andare,
Poiché la gente ama rinvii cercarsi.
“Meglio doman che oggi confessarsi,
A esser giusti domani impareremo”,
Più d’un prodigo figlio sentiremo
Così parlare. Ma il doman non suole
Tornare uguale, e corne neve al sole
Si scioglie e fugge; e sol l’anima quando
Sta per fuggire, arriverà volando
Il giorno dopo. Ma nell’agonia
Chi ormai più bada all’anima sua ria?
Così più d’un giudeo vita ha lasciato
Nel deserto, perché fu decretato
Che alla terra promessa non giungesse
Dove fe’ Dio che latte e miel scorresse.
Chi oggi non è pronto a penitenza,
Più aspra avrà domani sofferenza.
Chi da Dio oggi si sente chiamare,
Di udirLo ancor domani può giurare?
Più d’uno oggi all’inferno vien messo,
Che migliorar domani avrà promesso.

[2] François Rabelais, Gargantua e Pantagruele

Non mi soffermo molto su quest’opera monumentale di ironia e sarcasmo allo stato puro, opera del famoso dottore in medicina, scritto nel XVI e stampato senza iscrizione del tipografo per la prima volta (a Lione, se non vaneggio).

Opera rara nell’Edizione originale, consiglio la traduzione nella nostra lingua di Mario Bonfantini per i tipi di Einaudi. Cito, dall’Edizione francese del Tiers-livre, la poesia di Ruminagattone intorno alla questione di Panurge sul prender moglie:

Prenez la, ne la prenez pas.
Si vous la prenez, c’est bien faict.
Si ne la prenez en effect,
Ce sera oeuvré par compas.
Guallopez, mais allez le pas.
Recullez, entrez y de faict.
Prenez la, ne…

Ieusnez, prenez double repas.
Defaictez ce qu’estoit refaict.
Refaictez ce qu’estoit defaict.
Soubhaytez luy vie & trespas.
Prenez la, ne…

Così tradotta da M. B.

Prendetela, non la prendete.
Se la prendete, ben fatto;
Ma sei poi non la prendete,
Non sarà certo mal fatto.
Galoppate, ma di passo;
Rampicate, e andate abbasso.
Prendetela, ecc…

Digiunate, fate un bel pasto.
Fate quel ch’era disfatto,
Poi rifate anche il già fatto,
Augurategli vita e trapasso.
Prendetela, ecc…

[1] Grimmelshausen, L’avventuroso Simplicissimus

Mio libro preferito in assoluto, rigorosamente nella versione di Ugo Dèttore, presso Mondadori. Libro difficile da reperire in Italia, fuori catalogo, ma degno di essere letto.

Der abenteuerliche Simplicissimus Teutsch è la cronaca di un contadino dello Spessart senza nome (in seguito dichiarerà di chiamarsi “ragazzo” poiché con questo nome comune tutte in famiglia si rivolgevano a lui) durante la Guerra dei Trent’anni, in territorio tedesco. Una cronaca reale e minuziosa dello Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen di questo oscuro periodo per la Germania. Il ragazzo, da semplice contadino ignorante, diventa eremita, saltimbanco, musico, soldato, soldato scelto, cavaliere, ufficiale, predone, buffone, per ritornare, dopo un viaggio nel mondo subacqueo allegorico, nel mondo. Prenderà moglie, si convertirà, lotterà per Sua Romana Maestà Imperiale, ruberà, sarà stimato per poi rifugiarsi definitivamente in un’isola deserta in attesa di una beata

FINE.

→ Niuna imprecatione anchoraTag: Bibliofilia · Bibliofollia · Libri

Tomaso Garzoni, La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Discorso CXXVIII: De’ librari

Addì 24 Luglio 2008 · Niuna imprecatione anchora

La professione de’ librari da tutti i tempi ha meritato d’essere annoverata fra le professioni nobili e onorevoli, come molte ragioni e auttorità d’uomini grandi si può con molta agevolezza provare e dimostrare al mondo. Tra le quali una n’adduce, efficacissima, Polidoro Virgilio nel libro che fa degli Inventori delle cose, dicendo che la commodità de’ libri loro è quella che aguzza gli ingegni degli uomini e che apre una strada facilissima a tutte le scienze e discipline, allettando meravigliosamente gli animi nostri a’ nobilissimi studi delle lettere, tanto in se stesse degni di riverenza e onore.

Provasi anco la nobilità de’ librari dal canto e dalla riputazione che da tutti i tempi è stata tenuta delle librarie, cosa famosa in sé, e (per usar questa lode) è singolare e regia insieme. Chi non ha letto ne’ dottissimi auttori la stima grande e singolare che n’hanno fatto imperatori, regi, gentiluomini privati e uomini dotti e periti d’ogni sorte? Isidoro nel 6 libro delle Etimologie al capitolo 3, narra che Alessandro Magno imperatore n’ebbe diletto grandissimo, e con ogni suo sforzo attese a congregar de’ libri, avendo l’animo implicato all’onorata professione delle lettere. Il medesimo scrive che il re Tolomeo Filadelfo congregò nella città d’Alessandria settanta mila libri, e fece una libraria per due cose notabile: prima, perché quivi fu riposto il Testamento Vecchio e tutta la Scrittura Sacra dai settantadue interpreti; secondo, per il numero grande de’ libri congregati in essa. Ma Aulo Gellio e Amiano Marcellino insieme con Seneca accrescono ancora più il numero de’ libri dal re Tolomeo congregati, dicendo che arrivarono al numero di settecento mila. Il che non parerà cosa incredibile e strana a chi non considera le ricchezze opulenti dei re d’Egitto e le spese memorabili fatte da loro in piramidi, obelischi, tempi, edifici, navi, e altre grandezze inestimabili, delle quali narra alcune il Budeo nelle annotazioni delle sue Pandette, e Lazaro Baifo parimente nel suo trattato Delle cose navali. Scrive il famoso Plinio anch’esso ch’Eumene, re di Pergamo, ne fece un’altra a competenza della sopradetta, ove Plutarco nella Vita di Marcantonio afferma esser stati riposti ducento mila libri. E Giulio Capitolino narra che Giordano imperatore ne fece una nella quale adunò sessantadue mila volumi insieme. Plinio sopradetto fa menzione, nel 35 libro al capitolo secondo. che il primo che instituì libraria a Roma fu Asinio Pollione, e il primo che vi condusse gran somma di libri fu, secondo Isidoro, nel 6 libro delle sue Etimologie, Paolo Emilio, dopo la vittoria di Perseo da lui riportata. E dopo Paolo Emilio seguitò Lucio Lucullo ricchissimo della preda di Ponto; e dopo esso, Giulio Cesare, il quale diede il carico a Marco Varrone di far una libraria sopra l’altre famosissima. Le quali tutte, come narra Paolo Orosio, furono, per gli incendi che molte volte avvennero in Roma, in gran parte abbruciate e inutili; e se ben quel danno fu restaurato da Domiziano, mandando egli in Egitto a traslar de’ libri, riservati dalle rapine e incendi de’ soldati di Cesare quando qui seguitò Pompeo, nondimento sotto Commodo imperatore successe l’istesso incendio che fu emendato poi da Giordano, come di sopra ho tocco.

In Grecia tutti gli autori s’accordano a dire che Pisistrato, tiranno d’Atene, fu il primo che facesse una publica libraria in essa città, molto rara e pregiata; benché Strabone (parlando d’uomini privati) abbia affermato che Aristotile fu il primo che ragunasse in Grecia libri, molto soccorso e favorito dalla potenza del re Alessandro. E Ateneo, nelle Cene de’ suoi sapienti, al libro I, pone la libraria di Larensio greco sopra quella di Pisistrato, d’Aristotile, d’Euclide, di Policrate, d’Euripide, di Nicocrate ciprio, come cosa singolarissima. Plutarco nella Vita di Silla magnifica per libraria di persona privata quella di Tirannione grammatico, il qual adunò insieme più di due mila libri.

Tra’ cristiani il primo che cercasse d’uguagliare Pisistrato ateniese fu, secondo Isidoro, pur nel libro 6 delle sue Etimologie, Panfilo martire, la cui vita fu scritta da Eusebio Cesariense. Ma la prima libraria che mai fosse al mondo, dice Isidoro, nel sopraddetto luogo, che fu la biblioteca degli Ebrei, al quale fu da’ Caldei miseramente abbruggiata e, dopo il corso di molti anni, da Esdra scriba pieno del Santo Spirito, reparata, rescrivendo egli i libri del Testamento Vecchio di nuovo, e riducendogli al numero di vintidue libri, secondo che vintidue sono le lettere dell’alfabetto.

A’ tempi più nuovi scrive Filippo Bergomense, nel quattrodecimo libro del suo Supplemento, che Giovanni Galeazzo Visconte fece in Pavia una libraria dignitissima per la gran copia di libri che vi ripose dentro. Bartolomeo Cassaneo nel suo giudicioso Catalogo, per memorabile tiene la libraria che in Blesi raccolse Ludovico duodecimo, re di Francia, e quelle due famose parigine, massime in teologia: l’una del Collegio Reale, e l’altra nel celebre monasterio di San Vittore, luogo antichissimo de’ Canonici Regolari Lateranensi. A’ tempi nostri ancora si vedono in Italia librarie assai famose, come la Biblioteca Apostolica in Roma, quella di Federico Feltrio duca di Urbino, la libraria de’ Medici in Fiorenza, quella de’ Malatesti in Cesena, quella del duca di Mantoa, e moltissime altre che per brevità tralascio da parte.

La nobiltà delle librarie, così antiche come moderne, si cava anco da questo: che gli uomini l’hanno illustrate con l’imagini e statue di persone per virtù e per lettere eccellentissime. Così dice Plinio nel libro settimo, che nella publica libraria d’Asinio Pollione, meritò egli, essendo ancora vivo, che la sua statua fosse per grandezza collocata. Marco Tullio nella sua Epistola scrive a Fabio Gallo che gli compri le statue per la sua libraria. Plinio Nepote, scrivendo a a Giulio Severo dice come Erenio Severo dottissimo uomo, voleva porre alla sua libraria, tra l’altre, l’imagine di Cornelio e di Tito Anio. E oggidì si vede fra noi la bella libraria di monsignor Giovio d’eccellentissime imagini di persone virtuose ornata e illustrata.

Per un’altra ragione si dice che la professione de’ librari sia molto nobile, perché sempre sono in compagnia di persone letterate e virtuose: di teologi, di dottori in legge, di medici, d’umanisti, e di molti altri scienziati, col consorzio de’ quali divengono sovente più accorti, più intelligenti e prattici, non sol nell’arte, ma delle cose di tutto il mondo insieme. E però rari son quelli che non siano scaltriti e che non sappiano il fatto loro da dovero, perché da tutti quei dotti che gli pratticano in bottega, imparano qualche bel punto da tenere a mente.

Ha del nobile parimente quest’arte perché non è sporca niente in se stessa, ma netta e polita quanto dir si possa, onde i librari non s’imbrattano pur un dito in cosa alcuna. E oltra di ciò ritiene assai dell’arte mercantile, per l’industria di comprar libri in grosso e vendergli ancora: il che le porge qualche sorte di nobiltà particolare sopra molte altre. S’acquista nome, finalmente, dal servizio universale che partorisce a tutti, perché da’ librari ogn’un riceve il modo d’intendere e sapere quel ch’ei vuole; e oggidì massimamente, che tutte le bizzarie dell’uomo sono in stampa; e non solamente ci fanno possedere la scienza e l’arti, ma quante cose ponno capire nell’intelletto e nella imaginazione d’una persona. però tu trovi agevolmente da scapricciarti in un tratto dentro in una libraria, ove trovi di guerra, d’amore, di lettere, di maneggi, di mestieri, d’uffici e di quanto sai desiderare. Per questo fu celebrato quel gran libraro antico, detto Trifone, da Marziale in quel verso:

Non habeo, sed habet bibliopola Trifon.

E così molti moderni in Venezia, in Roma, in Parigi, in Lione, in Anversa, in Lovagna, in Basilea, in Milano, dove aveva una nobilissima libraria Giovan Antonio delli Antoni, all’insegna del Griffo, piena di esquisiti libri in tutte le professioni, dove ora si ritrova Antonio delli Antoni onorato suo nipote, nella libraria del Griffo, il quale dimostra di non punto degenerare da’ suoi maggiori e in altri luoghi del mondo.

E con queste lor lodi hanno pur ancor essi qualche vizio raccolto in loro: perché, per ispedir più opere, legano e battono talora male i libri; spesso gli fanno pagare il doppio della valuta; sostentano di commune accordo quel che gli piace; e dove non hanno interesse, per diminuir l’opere altrui, si ritirano da longi; vendono a contadini e a villani con ciance quanto di sciocco hanno in posta da un ciavattino che qualche opera bella e utile composta da un galant’uomo.

Or quanto basti de’ librari, e buoni e cattivi.

Annotazione sopra il CXXVIII discorso

Circa i librari vedi il Cardano De rerum varietate, a carte 868; e Pietro Vittorio, a carte 469 e 486. E fra’ librari è degno di lode oggidì M. Gioseffo Salino piacentino.

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Kunstformen der Natur von Ernst Haeckel eccetera

Addì 17 Luglio 2008 · Un commento

Cari Signori Lettori!
Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del secolo scorso non pochi personaggii hanno contribuito enormemente al mondo dell’etologia, delle scienze naturali, tutti sulla falsariga di Darwin, sondando con spirito sempre curioso gli aspetti meno considerati (fino allora) ma non per questo meno interessanti delle bestie.

Tra questi due tedeschi meritano particolare menzione: il primo, Wolfgang von Buddenbrock, ex ingegnere, che a un certo punto della sua esistenza lasciò tutto per versare sangue e sudore sulla osservazione e sullo studio della vita sessuale degli animali, osservazioni confluite nel magnifico L’amore nella vita degli animali, un curioso volume ricco di fotografie e illustrazioni, pubblicato fino a qualche decennio fa da Garzanti, reperibile soltanto sulle bancarelle ormai.

Cito la descrizione del retro di copertina della Edizione del ‘71:

Biologia sessuale o amore? Il confronto fra l’uomo e gli altri esseri animati del Pianeta ha costituito da sempre uno stimolo di indagini e di coscienza, oppure una tentazione di superbia e di sconforto. Questo libro è stato il primo a divulgare una scienza risolutiva, restata per secoli ignota o incerta: l’etologia, sorella dell’ecologia, dedicata alle abitudini e ai costumi degli animali. Disincantato e ingenuo, pazientissimo e fulmineo, questo viaggio nel paese delle nozze non-umane racconta mille e una storie d’amore, più veramente amorose di quanto avrebbero potuto ammettere gli “umanisti” arrabbiati: dalle unioni fedeli, che durano per tutta una vita alle possibilità di procreazione senza che maschio e femmina si siano conosciuti; dal volo di seduzione della farfalla alla camera nuziale delle termiti…

Ma certamente il primo gradino del podio tocca a Ernst Haeckel per la sua opera monumentale Kunstformen der Natur (forme artistiche della natura).

L’opera, bellissima e bizzarra (nonché difficile da reperire nell’Edizione originale e impossibile in quella italiana, tuttavia diffusa in Germania nelle Edizioni tascabili, ma non economiche!), è una enciclopedia ricchissima di litografie a colori realizzate dall’Autore intorno alle costituzioni artistiche degli elementi naturali, che spazia dall’analisi del mondo marino ai pipistrelli, passando per insetti e molluschi (sembra cogliersi in qualsivoglia immagine un velato riferimento sessuale).

Questa bellissima opera ha influenzato dalla sua pubblicazione nel 1904 numerosi artisti, tra cui è necessario ricordare Antoni Gaudí per le sue architetture particolari e Walton Ford per il suo meraviglioso e costosissimo Pancha Tantra, presso Taschen in due Edizioni rispettivamente da 1800 e 7000 dollari.

Per dovere di cronaca cito un ulteriore volume francese del 1719, Histoire naturelle des plus rares curiositez de la mer des Indes ovvero Poissons, Ecrevisses et Crabes de diverses couleurs et figures extraordinaires qui l’on trouvé autour des Isles Moluques et sur les cotes des Terres Australes, di Renard, una sorta di diario di viaggio con descrizioni degli allora nuovi animalia come pure delle abitudini (spesso ingigantite e incuriosite per vendere più copie) dei popoli primitivi appena scoperti (è curioso di come questi autori trattano le abitudini di questi popoli soffermandosi sugli aspetti sessuali soprattutto).

Volumi questi che sarebbero stati compulsati abbondantemente dal Sade e dagli altri della sua stregua per rendere più appetibili i proprii lavori; insomma quello che avrebbe fatto artisticamente (e parlo delle sue bellissime incisioni e acqueforti) Piranesi nello stesso secolo.

→ Un commentoTag: Animalia · Bizzarrie · Libri